Campiodi canapa

È tempo di promuovere la diffusione della coltivazione della Canapa Sativa, della sua industria di trasformazione e l’uso dei suoi innumerevoli utilizzi in campo ambientale, agroalimentare, commerciale, del fitorisanamento e la rivalorizzazione del territorio attraverso il recupero di una tradizione italiana secolare oramai quasi scomparsa.

L’innovazione rappresentata dalla Canapa Sativa si inserisce pienamente in un momento storico che vede la sua coltivazione tornare protagonista in molti settori produttivi,  il focus è sensibilizzare e coinvolgere gli attori locali dello sviluppo e la popolazione sulle opportunità offerte dal recupero di antiche produzioni “leggere ma ad elevato valore aggiunto” nei nuovi processi culturali di ri-adattamento dei territori ad elevata concentrazione industriale in fase di riconversione.

CENNI STORICI

Originaria del centro Asia (Himalaya), si trovano primi cenni nella farmacopea cinese del 2700 A.C., nel V secolo A.C. si riporta come cibo esclusivo di Budda (semi) poi Erodoto la menziona come tessuto utilizzato per biancheria e tende. Nel I secolo D.C. i cinesi “fabbricano” il primo libro con carte di canapa e nel medioevo le popolazioni centro-nord europee la utilizzavano per tessuti e cordame (poi il declino fino al IX secolo per l’introduzione del cotone). Nel IX secolo si ha la rinascita per mezzo delle popolazioni arabe (proibizione dell’alcool e promozione della canapa e utilizzo per la produzione di carta). Il primo esempio di opera stampata su carta di canapa (1450) fu la bibbia ad opera di Gutenberg. La prima comparsa del proibizionismo fu ad opera di Innocenzo VIII (1480), nel 1492 Cristoforo Colombo arriva in America navigando sulle caravelle con vele di canapa. Nel 1776 la Dichiarazione di Indipendenza degli USA fu redatta su carta di canapa. Il XX secolo ha portato molti fattori che hanno influenzato la coltivazione di canapa (meccanizzazione della lavorazione tessile del cotone, utilizzo di sbiancanti chimici per fibre legnose per la filiera cartaia). Il 14 giugno 1937 il presidente Roosevelt firmò il Marijuana Tax Act ovvero la legge che negli Stati Uniti diede il via al proibizionismo nei confronti del commercio, dell’uso e della coltivazione della canapa, esteso in pochi anni a numerosi altri paesi del mondo. Nel 1938 il brevetto del nylon da parte di Dupont De Nemours inflisse il colpo più duro per la coltivazione e negli anni 60 c’è l’utilizzo degli Hippy con effetti di associazione della canapa solo come droga. Nel 1990 la CEE sovvenziona la coltivazione di canapa industriale seguita poi da Canada, Olanda e Australia.

Nel 1937 con la messa al bando della canapa:

  • Le fibre tessili vegetali hanno subito la concorrenza di quelle sintetiche che ne hanno surrogato l’impiego
  • Tra le colture da fibra, la canapa ha subito maggiore declino del cotone e lino
  • La canapa vanta illustre tradizione colturale e risponde molto positivamente al clima semi-arido del Mezzogiorno

In Italia, la coltivazione è ritornata solo nel 1998 su di una superficie di circa 350 ha, nonostante il nostro Paese fosse stato sino a trent’anni fa secondo al mondo dopo la Russia come superficie coltivata e primo per la qualità dei prodotti ottenuti. Ciò è stato possibile in virtù della Circolare del Ministero delle Politiche Agricole (Direzione Generale delle Politiche Agricole ed Agroindustriali Nazionali) del 2 dicembre 1997, in cui vengono definite le modalità da seguire da parte degli agricoltori interessati, onde prevenire confusione con le coltivazioni da droga.

Questo ritorno della canapicoltura è avvenuto su  basi completamente diverse rispetto al passato,  quando agli agricoltori veniva richiesto l’impegno non solo per la coltivazione, ma anche per le successive fasi di macerazione e stigliatura. Inoltre, l’unico prodotto vendibile era la fibra lunga per la creazione di tessuti e cordami, ottenuta attraverso procedimenti che richiedevano enormi impieghi di manodopera.

La moderna canapicoltura si sta invece sviluppando sia affidando all’industria tutte le fasi produttive post-raccolta, che ampliando i suoi utilizzi.

L’Italia, con una media di circa 700.000 quintali, deteneva il primato mondiale dell’esportazione di canapa, superando di molto la Jugoslavia, che ne esportava circa 150.000 quintali e la Russia ferma attorno ai 100.000 quintali annui.

 

Tabella 1. Superficie coltivata e produzione di fibra di canapa in Italia negli anni 1910-1962 (Di Candilo et al. 2003).

ANNI SUPERFICIE (ha) Produzione (t)
1910 80.902 83.500
1928 81.419 95.190
1932 63.912 65.130
1936 75.248 88.500
1940 86.850 109.200
1946 61.174 68.726
1950 54.472 68.597
1954 33.838 37.040
1958 13.716 12.765
1962 14.605 14.100

 

Tabella 2. Coltivazione di canapa a livello mondiale nel XIX secolo. (Capasso, 1994).

PAESI ETTARI COLTIVATI QUINTALI      PRODOTTI RESA MEDIA PER ETTARO (q/ha)
Russia 686.197 3.440.579 5,0
Italia 79.477 795.000 10,0
Russia Asiatica 66.917 297.049 4,5
Ungheria 65.192 587.954 9,0
Francia 17.214 147.266 8,7
Giappone 13.518 94.893 7,1
Serbia 14.025 67.025 4,8
Romania 5.678 19.035 3,4
Bulgaria 3.015 9.769 3,3

 

I CARATTERI BOTANICI E FISIOLOGICI DELLA CANAPA

La Cannabis Sativa è una specie annuale a fusto eretto, più o meno ramificato, vigoroso, dapprima pieno poi cavo, alto da 1 a 4-5 metri. Le foglie sono prevalentemente opposte, picciolate, palmosette, con tre-nove segmenti lanceolati, acuminati, seghettati e pubescenti. La radice è un robusto fittone con esili ramificazioni laterali che si allunga considerevolmente fino al primo mese della crescita, quando prevale molto sul fusto. In seguito, quest’ultimo si accresce molto rapidamente fino alla fioritura, momento in cui si arresta e si sviluppano gli internodi fiorali. La canapa è specie prevalentemente dioica, caratterizzata quindi da piante femmina e maschio. I fiori maschili si differenziano dopo almeno sessanta giorni dalla germinazione, per circa un mese; sono riuniti in pannocchie ascellari e costituiti da un perigonio a 5 pezzi. Quelli femminili si formano una decina di giorni dopo, assumendo un aspetto a ciuffi compatti originato dalla crescita di rametti molto raccorciati e ramificati. Il frutto è una nocula ovoidale, comunemente chiamata “seme di canapa”, con superficie lucente di colore non uniforme dal bruno all’olivastro e qualche volta si presenta ancora racchiuso negli involvi fiorali. A seconda delle varietà, il peso di mille semi varia da 20 a 23 gr, mentre il peso dell’ettolitro dai 52 ai 55 kg. L’insieme delle fibre tessili, comunemente denominato tiglio, rappresenta il libro del fusto, da cui il nome di fibre liberiane. Si trova nella corteccia tra l’epidermide ed il canapulo (tessuto vascolare) e costituiscono il principale prodotto commerciale.

IL FITORISANAMENTO

La Fitoestrazione è definita in modo più specifico come “l’uso di specie vegetali per la rimozione di elementi inquinanti dal suolo attraverso il loro trasporto nelle parti aeree della pianta idonee ad essere raccolte e rimosse”. Questo obiettivo può essere raggiunto tramite l’uso di piante iperaccumulatrici.

Diversamente dalla Fitoestrazione, la Fitostabilizzazione invece di rimuovere gli inquinanti, agisce riducendone la biodisponibilità. Anche in questo caso il “laboratorio” è la rizosfera, cioè la porzione di suolo che circonda le radici delle piante, dove le radici stesse ed i batteri ad esse associati sono in grado di precipitare i metalli in soluzione e di assorbirli, rendendoli così non biodisponibili.

La Fitostabilizzazione fornisce inoltre risultati sia fisici, come la riduzione dell’erosione dei suoli inquinati e la formazione di una lettiera che isola dai contaminanti, sia biochimici, tramite la precipitazione dei metalli e la loro trasformazione in forme chimiche meno tossiche.

Il fitorimedio è quindi una tecnologia efficace, economica e, soprattutto, a basso impatto ambientale che pur non essendo sempre totalmente risolutiva può essere impiegata in alternativa o in combinazione con le tecnologie tradizionali di risanamento.

 

 

ASPETTI AMBIENTALI POSITIVI

  • 4 kg di CO2 risparmiata per ogni kg di fibre di canapa utilizzata al posto della fibra di vetro (Karus et al., 1996)
  • Fino a 100.000 t all’anno di CO2 risparmiate in Europa (Karus et al., 1999)
  • Ridotto uso di cloro nell’industria cartaria rispetto alle fibre di legno (van der Werf et al., 1995)
  • Capacità di fitodepurazione (Linger et al., 2002; Ciurli et al., 2002; Giovanarti et al., 2002)

 

IL POTENZIALE PRODUTTIVO

La canapa da fibra può produrre, tra radici, fusto e foglie, fino a 12 tonnellate di biomassa per ettaro. Secondo alcuni studi sono necessari 500-700 mm di precipitazioni o un equivalente quantità d’acqua. Nella pratica sono necessari almeno 250-300 mm di pioggia durante il periodo vegetativo.

 

 

 

RACCOLTA

Si raccoglie dopo la fine della fioritura delle piante maschili (agosto). Si taglia con barra falciante e la si imballa con normale rotopressa. L’insieme delle fibre tessili (tiglio) rappresenta il libro del fusto, da cui il nome fibre liberiane. Si trova nella corteccia tra l’epidermide ed il canapulo (tessuto vascolare) esse costituiscono il principale prodotto commerciale. Nelle principali varietà italiane, la fibra rappresenta circa il 15-20% della sostanza secca.

 

 

 

TECNICA COLTURALE

Le tipologie di coltivazione

A seconda delle esigenze qualitative del destinatario finale, il processo produttivo si differenzia sensibilmente in termini di tecnica colturale e relativi costi unitari.

  • La produzione tessile di alta qualità. Consiste nel crescere piante molto lunghe, intorno ai quattro metri, e mantenere gli steli riuniti in fasci durante la raccolta e le successive trasformazioni di macerazione (che avviene in acqua) ed estrazione della fibra. E’ lo stesso procedimento della canapicoltura tradizionale che la ricerca si sta impegnando a rendere attuale, meccanizzando le varie fasi che altrimenti richiederebbero un carico di manodopera attualmente improponibile.
  • Produzione di fibra meno pregiata. E’ questo un processo immediatamente realizzabile già con i comuni macchinari di fienagione e verso cui si è orientata attualmente la produzione Europea. Le piante vengono raccolte in balle tradizionali o rotoballe e quindi sottoposte a processi di estrazione della fibra meccanici e fisico chimici, senza macerazione in acqua. lì prodotto ottenuto non è adatto alla filatura di pregio, ma consente l’ottenimento di materiali a costo molto basso.
  • La produzione di seme. Prevede una permanenza della pianta in campo un mese e mezzo circa in più della maturazione tecnica della fibra. Il seme è attualmente il prodotto più semplice da trasformare e commercializzare, ma esistono problemi per l’esecuzione della trebbiatura. Le rese possono essere molto interessanti, ma la fibra che ne risulta è di qualità molto scadente perché i fusti diventano eccessivamente lignificati. Al punto che possono sorgere serie difficoltà anche per il semplice sfalcio.

 

VANTAGGI AMBIENTALI DIRETTI E INDIRETTI

  • La coltivazione della Canapa non necessita di trattamenti chimici come pesticidi o diserbanti. (Ranalli, 1999; Amaducci et al., 2002)
  • Trattasi di una coltura “da rotazione”. La Canapa rigenera il terreno rendendolo più fertile grazie alle proprietà rinettanti (riduzione delle infestanti) e grazie al suo apparato radicale, che lavora il terreno in profondità (fino a 2 metri) lasciandolo in ottime condizioni per la coltura successiva (vedi i cd. Fagioli casertani) (Venturi et Amaducci, 1999, Gorchs et al., 2000)
  • Cresce velocemente (fino a 10 cm/giorno) per cui non c’è alcun bisogno di utilizzare diserbanti. Inoltre, grazie alle sostanze allelopatiche contenute nelle foglie, si riduce la crescita di specie infestanti. ( Berger, 1969; Lotz et al., 1991)
  • Contribuisce a mitigare i cambiamenti climatici. Il risultato di uno studio effettuato presso l’Università di Edinburgo evidenzia la capacità della Canapa di sequestrare CO2 nel suolo che ha un potenziale notevole rispetto al sequestro nella biomassa. (Bertelli, 2010).

 

SITUAZIONE ATTUALE E PROSPETTIVE

Il nuovo crescente interesse per le piante da fibra in genere e per la canapa in particolare è dovuto fondamentalmente ai seguenti motivi:

  • Grande potenzialità, a livello internazionale, delle fibre naturali sia per l’impiego tessile, sia per gli impieghi alternativi (materiali compositi, componentistica per auto, bioedilizia, cellulosa, ecc.).

È previsto, infatti, che la richiesta mondiale di fibre passerà dagli attuali 50 milioni di tonnellate ai 130 milioni di tonnellate nel 2050, conseguentemente al raddoppio della popolazione (Di Candilo et al., 2003)

  • Forte interesse del mondo agricolo per le colture industriali non alimentari, alternative a quelle tradizionali, sempre più eccedentarie e meno remunerative.
  • Crescente sensibilità per le problematiche ambientali e quindi richiesta di utilizzazione di risorse rinnovabili: piante erbacee da fibra in sostituzione di piante legnose o di altre colture erbacee richiedenti elevati input energetici in termini di diserbo chimico, concimazioni, fitofarmaci, ecc.

Infatti, con la canapa si potrebbero salvare ogni anno centinaia di milioni di alberi, produrre ogni tipo di tessuti, fabbricare carburanti, materie plastiche e vernici non inquinanti. Con i semi della canapa si potrebbe colmare la carenza di proteine dei paesi in via di sviluppo. Salvare l’ambiente, produrre la carta in modo non inquinante e senza sacrificare gli alberi, sostituire i prodotti chimici del petrolio (migliorare i conti con l’estero e creare nuovi posti di lavoro).

La rilevazione dei bisogni e tendenze in atto fa registrare numerose opportunità legate all’intervento, nonché le ricadute positive nel settore occupazionale ed imprenditoriale, tra le quali:

  • la salvaguardia e la valorizzazione del Canapicoltore, un mestiere tradizionale quasi estinto, ma portatore di elevati gradi di professionalità e sostenibilità;
  • lo stimolo al ricambio generazionale, anche attraverso l’utilizzo e il trasferimento delle competenze maturate dai vecchi Canapicoltori nel corso della propria esistenza professionale;
  • l’incentivo all’apprendimento di attività creative tradizionali;
  • il sostegno all’autoimprenditorialità e/o alla nascita di nuove microimprese artigiane legate ai derivati della canapa (carta, fibra tessile, truciolato per mobilio, biomattoni, etc.);
  • lo sviluppo delle c.d. “produzioni di nicchia” dirette ad un mercato selezionato;
  • l’incontro e il confronto con “testimoni privilegiati” (i responsabili delle aziende partner di progetto), che con la propria esperienza forniranno indispensabili esempi imprenditoriali;
  • l’introduzione di principi, tecniche e materiali biocompatibili ed ecosostenibili nei settori dell’alimentazione (semi, olio e farina di semi) e dell’imprenditoria in genere (biocarburanti, plastica, bioedilizia, etc).

In conclusione, la canapa rappresenta una risorsa pulita per l’economia circolare.

 

Scritto dalle Antenne Tematiche di Vita Rurale:

1, 2Dott.ssa Elvira Tarsitano, 2Ing. Marcello Colao

1Università degli Studi di Bari, Centro per la Sostenibilità Uniba

2ABAP-APS

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