La “barba di becco” o “scorza bianca” puoi trovarla in prati, pascoli erbosi e ai margini delle strade. In alcune regioni la sua raccolta è regolamentata e limitata a pochi esemplari, perciò, qualora si volesse mangiarne in abbondanza, toccherà coltivarla nel proprio orto.
La barba di becco (Tragopogon pratensis) è un’erba spontanea estiva, bienne, appartenente alla famiglia delle Asteraceae. Il nome botanico deriva dal greco tragos=caprone e pogon=barba, perché a seconda della fonte la radice o il pappo dei fiori ricordano la barba dei caproni, cosa da cui nasce il suo nome volgare barba di becco.
Ospite tipico di molti prati, in primavera già spicca per la sua altezza di quasi un metro e i fiori gialli. I fusti sono eretti, glabri e poco ramificati, a sezione cava e striati, in genere ingrossati ai nodi. Le foglie sono lineari e strette, molto lanceolate e acuminate, con margine intero o lievemente ondulato, con nervatura marcata. Le infiorescenze sono capolini solitamente solitari che ricordano quelle del tarassaco e dello sparviere, ma sono di dimensioni più grandi, e son dotate del classico involucro di bratte (micro foglie verdi acuminate che contengono il fiore) che a fioritura esaurita si piegano all’ingiù.
I fiori della corolla sono a linguetta ed hanno un colore giallo intenso. Vagamente arruffati, sono più lunghi nella parte più esterna e sfrangiati in punta, mentre al centro presentano dei semplici fili addossati fittamente gli uni agli altri. Agli stami, le antere gialle presentano strisce longitudinali più scure.
Il frutto è un piccolo achenio grigio che ha un becco lungo con un pappo molto piumoso di colore bianco.

La barba di becco tende a proteggersi dalla pioggia e dal sole forte, richiudendo i petali più esterni intorno al fiore. Un’erba apprezzata sin dall’antichità per le sue radici commestibili, cariche di inulina e molto gradevoli al sapore. Si raccolgono tra settembre e ottobre, nel primo anno di vita prima della fioritura.
Anche i giovani getti sono edibili in minestre o frittate, come anche le foglie più tenere che in diverse parti di Italia si usano crude in insalata. Ha proprietà diuretiche, sudorifere, depurative e astringenti.
I fusti e le foglie possono essere trattati come per l’asparago in cucina. Le infusioni fatte con i petali di questa pianta hanno potere schiarente sulla pelle ed in particolare sulle efelidi, soffermiamoci però sulla radice, che se da un punto di vista medico erboristico si apprezza come calmante della tosse e delle affezioni respiratorie è ottima per realizzare piatti leggeri e deliziosi. Infatti, le radici di scorzabianca possono essere lessate e condite con olio e limone, oppure saltate nel burro, in pinzimonio, ma ancora si prestano a minestre e frittate.
Per preparare la tipica zuppa raccogliamone circa mezzo chilo, procuriamoci ancora un porro, una carota e del pane raffermo in fette, oltre che olio extravergine (ormai pare sia obbligatorio dire EVO) e del sale.
In una pentola con acqua salata facciamo cuocere sia le radici che il porro e la carota. A cottura ultimata, separiamo le verdure dal bordo e tagliamole a tocchetti, per poi rimettere tutto insieme.
Prepariamo delle ciotole da porzione adagiando sul fondo le fette di pane raffermo. Versiamo il brodo e le verdure in ciascuna ciotola, sommergendo il pane fino a predisporre la porzione desiderata.
Un filo d’olio per condire e la nostra zuppa è pronta.
Buon appetito!!!




Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Fornisci il tuo contributo!